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SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE!

In tempi di Coronavirus tutti ci siamo trovati di fronti alla privazione come valore aggregante. Tutti ne abbiamo sofferto in modo individuale, molti anche in modo collettivo. Alcuni hanno fatto dell’inerzia un’opportunità di approfondimento, di se stessi e del mondo. Altri una valvola di contenimento delle proprie frustrazioni, nell’attesa di poterle far esplodere nuovamente. Ma tutti certamente, a pensarci bene, abbiamo avuto qualche cosa che ci è mancata più di altre.

Io, fin dal primo giorno, tornando dall’ultima Messa prima dell’isolamento, ho sentito come uno strappo, doloroso e ingiustificato, l’omissione dell’invito a scambiarsi un segno di pace, omissione che si è mantenuta durante tutte le celebrazioni mediatiche di questo periodo, tranne quelle in cui Papa Francesco ha, in autonomia dagli apparati liturgici, ribadito con gioia l’invito.

La mia perplessità, nonché la mia personale delusione, si è basata sulla totale sottovalutazione del valore della parola “gesto”. Qualunque mia rimostranza è facilmente obiettabile: il “gesto” ufficiale durante l’espressione rituale del dono della pace è lo stringersi della mano e quindi ovviamente bandito in tempo di pandemia. Eppure nei secoli, questo stesso gesto è passato attraverso il bacio sulle labbra, il bacio sulla spalla sinistra, il bacio sulla guancia sinistra, proprio perché gesto, mezzo di comunicazione, “movimento del braccio, della mano, del capo, con cui si esprime tacitamente un pensiero, un sentimento, un desiderio” (dal vocabolario Treccani). Ma allora perché non accarezzare le anime, forzate nelle case, lasciando loro la libertà di donarsi pace, con uno sguardo, con un sorriso, con una bene-dizione?

“Vi lascio la pace, Vi do la mia pace”. La frase di Gesù Cristo, il suo augurio, hanno il potere di creare veramente la pace, pertanto l’importanza non sta nel gesto, ma nel dono.

Da bambina, quando mano nella mano con mia madre arrivavamo in ritardo a Messa, capitava spesso che le lasciassero il posto a sedere e che quindi ci separassimo durante la liturgia. Non esisteva folla o barriera che al momento della Pace riuscisse a impedire ai nostri occhi di incontrarsi e perdersi in un meraviglioso Sorriso. Ho ancora in me tutto il calore di quei momenti: la ricerca, l’attesa, l’incontro… la pace.

Oggi, dopo l’imparziale quarantena, sono tornata al cimitero dove Mok riposa. Mi viene incontro sorridente Romeo, il custode, e mi dice: “C’è una sorpresa!”
Davanti alla nuova dimora di mamma c’è la base di un tronco di albero tagliato che spesso ho usato come sedia o come tavolino.  Stento a riconoscerlo. Romeo l’ha scolpito a forma di cuore.

Un piccolo, meraviglioso, rivoluzionario, segno di pace, all’epoca del Coronavirus.

Marzia