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IL PACCHETTO D’ACQUA

Il vecchio Mampo aveva una figlia di nome Moungopa, la più bella fra tutte le ragazze del villaggio. Quando Moungopa ebbe l’età di potersi sposare, suo padre disse ai tanti uomini che si presentavano per chiederla in moglie: “io darò mia figlia solo a colui che sarà capace di portarmi un pacchetto d’acqua!”.
Nessun uomo riuscì a soddisfare la richiesta del vecchio Mampo. Tutti ci provavamo in ogni modo a raccogliere l’acqua del fiume per farne un pacchetto, ma appena tiravano fuori le mani l’acqua gli scivolava fra le dita e si ritrovavano con le mani vuote. Il vecchio era contento e sorrideva di soddisfazione perché nessuno riusciva a dimostrarsi più astuto di lui. Nel frattempo questa notizia si diffuse fino nelle lontananze.
Un giorno un bel ragazzo di un villaggio vicino, molto conosciuto a causa della sua intelligenza e delle sue capacità, andò dal vecchio Mampo e gli disse: “Salve signore, mi chiamo Siromatohou e voglio sposare tua figlia!”
“Ah ah ah ah, va bene figliuolo, avrai sicuramente già sentito parlare di me e sai cosa esigo da chiunque chieda la mano di mia figlia. Finora nessuno è mai riuscito a soddisfare la mia richiesta e sono passati ben mesi e mesi… Comunque ascoltami,  vai al fiume a prendermi con le sole mani il pacchetto d’acqua, il mio servo ti accompagnerà.”
“Va bene signore, sono d’accordo!”  Siromatohou portò con sé una bella pipa e un sacchetto pieno di tabacco.
I due uomini si incamminarono verso il fiume. Una volta arrivati, Siromatohou disse al servo: “ah, ho dimenticato di dire qualcosa al tuo padrone. Va, portagli questa pipa insieme al tabacco e digli esattamente queste parole: l’uomo più intelligente e saggio del mio villaggio mi ha insegnato un giorno che per fare il pacchetto d’acqua ci vuole una cordicella tessuta con il fumo di una pipa. È molto semplice, digli di accendere la pipa, di fumarla e con il fumo che verrà fuori di fare una cordicella ben rigida e tu me la riporterai perché io possa legare il pacchetto d’acqua. Hai capito?”
“Sì, sì, tutto chiaro”. Il servo ritornò nel villaggio e fece esattamente come gli fu chiesto da Siromatohou. Il vecchio Mampo si grattò la testa dai bianchi capelli, esitò  un istante, poi si mise a fumare la pipa. Provò a trattenere il fumo con le sue mani per fare la cordicella, ma era impossibile. Testardo riprovò ancora e ancora, ma invano. Furioso, dice al suo servo: “Va a chiamare quel ragazzo e digli di venire qua in fretta!”
Siromatohou tutto sorridente si presentò davanti al vecchio totalmente infuriato che già cominciava a minacciarlo: “tu, povero ragazzetto, come hai osato chiedermi di fare una cordicella con il fumo di una pipa? È impossibile! Mi stai prendendo in giro?”
Siromatohou lasciò parlare Mampo e quando ebbe terminato, con calma, gli disse: ” dimmi signore, per cortesia, come è possibile fare un pacchetto d’acqua?”
Il vecchio non seppe rispondere, rimase in silenzio per molto tempo, poi chiamò sua figlia e le disse: “Figlia mia, guarda questo uomo. Questo bravo ragazzo sarà il tuo sposo. Vi do la mia benedizione!”.

In Africa, si dice che se non tornerai indietro di fronte alle difficoltà della vita, riuscirai a fare qualunque cosa tu voglia. Ebbene noi vogliamo realizzare proprio quel “pacchetto d’acqua” per i nostri bambini del villaggio di Peporiyakou. Vogliamo costruire un pozzo!
Aiutaci a non fermarci di fronte alle difficoltà e alle strane “non giustizie” di questo mondo.

IL CONCORSO SUL SORRISO!

19 agosto 1991: il primo viaggio con il passaporto! Un’emozione indimenticabile, impareggiabile… Possedevo finalmente il lasciapassare per i miei sogni…

Ho raccontato a lungo nello spettacolo teatrale “Passeggiando per il mondo” quanto questo mio primo viaggio all’estero, sia stato determinante nella mia vita e abbia contribuito in maniera sostanziale alla trasformazione da turista a viaggiatrice. Avevo 24 anni e il mondo sembrava essere messo lì proprio per me, pronto a ricevere la mia audacia, i miei desideri, le mie presunzioni. L’Africa ha resettato tutto in un solo istante, appena arrivata all’aeroporto. Un senso di disagio che mal si sposava con la mia frenesia occidentale: un richiamo ancestrale alla dolcezza, alla calma, alla gioia, all’accudimento reciproco… Jambo Habari? Ciao, come stai? Non ho saputo rispondere a quella domanda che a bruciapelo mi metteva, nuda, di fronte al dovere di rispondere “Bene! Grazie”. Dovevano prima darmi il tempo di lamentarmi per il gran caldo, la polvere, lo sporco, l’appiccicume…
Di quel viaggio, porto incisi nel cuore il canto di ringraziamento dei bambini per il ritorno del mare dalla sua vacanza mattutina (la bassa marea) e l’incontro con un bimbo e la sua macchinetta.

Il bambino aveva passato ore e ore della sua giovane vita a osservare quello strano aggeggio che sfrecciava ogni tanto sulla sua strada e trasportava turisti sudati e assetati. Era riuscito a ricostruire una macchinetta del tutto simile con delle semplici canne di bambù e funzionava davvero! Le ruote e persino il volante gli permisero di arrivare fino a noi, fino ai nostri occhi stupiti che si domandavano cosa volesse in cambio. Lui rispose a questo dialogo muto con il più bello dei sorrisi: “voglio solo condividere con voi la mia gioia”, sembrò dirci, e io non riesco a togliermi di dosso la sensazione di imbarazzo che provai. Quel sorriso è stato per me un balsamo per l’anima nei momenti più difficili.

30 dicembre 2013: il primo viaggio con il passaporto! La mia vita è cominciata una seconda volta, numerose prove l’hanno minata, ma non sconfitta. Un nuovo inizio. “Mi sei mancata Mamma Africa”, le dico all’arrivo nel suo sconosciuto Benin. E come sempre il regalo più grande con cui mi inonda sono i sorrisi dei suoi figli. Non devo cercarli, sono ovunque attorno a me. “Tu come stai?” mi chiede.

Questa volta so come rispondere: “STO BENE, GRAZIE! E ripenso al bambino con la macchinetta. Vorrei trovare anch’io un modo per costruire un aggeggio che trasporti quei Sorrisi così vivifici a tutti i miei amici. Vorrei che tutto il mondo conoscesse la loro ricca povertà e che tutti condividessimo il privilegio di poter armonizzare quella grande ingiustizia che porta il nome di Indifferenza. Faccio la conoscenza dei bimbi dell’Orfanotrofio e della coraggiosa Maman Phoebé. Nasce il SORRISO DI MOK, realizziamo tanti progetti, il coinvolgimento e l’emozione sono contagiosi, arrivano i primi cambiamenti. I primi enormi successi: diminuisce il tasso delle malattie, aumenta il tasso della scolarizzazione. Siamo solo una goccia, ma il mare ora ci riconosce. E ci rispetta, come noi rispettiamo lui. Intono insieme ai miei amici un canto per il ritorno della marea, dell’equilibrio, della gioia.

C’è ancora tanto da fare. Ed è tutto straordinariamente difficile. C’è bisogno dell’aiuto di tutti. E forse non basta. Ma noi facciamo finta di non saperlo…E finalmente arriva la “macchinetta”!

L’estate 2019 strappiamo i bimbi ai duri lavori dei campi e diamo loro l’occasione di raccontarci il Sorriso! Per tre settimane vengono seguiti da due insegnanti nel campo dell’arte figurativa, della poesia e del canto. Esprimono tutta la loro gioia di bambini nella Casa dei Sorrisi che abbiamo appena inaugurato. Il loro impegno è commovente. Partono dai villaggi ancora avvolti nel buio per poter essere puntuali al primo sole. Chilometri percorsi sempre con il Sorriso, unica fonte di luce nella notte africana. Siamo pronti finalmente per il CONCORSO DEL SORRISO, l’unico con soli vincitori! I bambini si esibiscono con una serietà esemplare. Tutti ricevono un capo d’abbigliamento, quaderni, materiale scolastico e un gioco come premio. Il momento dei saluti è pura poesia…

Scrivo per loro le parole di una canzone che si intitola “Cest un Troc” (E’ un Baratto). La loro interpretazione è sublime. Sarei tentata di farvela ascoltare, ma è tempo di preparare la seconda edizione del Concorso. Ce l’hanno chiesta i bambini a gran voce. Quest’anno è più difficile, c’è il Coronavirus a complicare le cose, ma non riusciamo a dir loro di no. Abbiamo l’aiuto delle autorità e della polizia locale. E’ tutto pronto!

Mi domando come si faccia a starne fuori!

Marzia

LA REGINA DELLA NOTTE

Nonostante la convinzione, sempre più diffusa, che tutto abbia un prezzo e che qualsiasi cosa possa trovare una sua tariffa ed essere posseduta, esiste in natura un miracolo “inestimabile”, parola quest’ultima dai vari e differenti sinonimi: incalcolabile, impareggiabile, incomparabile, impagabile, incommensurabile, inafferrabile se non da chi ancora si stupisce del proprio stupirsi.

Non poteva che essere la natura a regalarcelo, non poteva che essere un fiore, metafora della caducità e della persistenza della bellezza.

La pianta che lo genera, il cui nome botanico è Epiphyllum oxypetalum, è originaria del Messico e diffusa in tutto il Sud America. Successivamente, attraverso gli scambi con la Cina è arrivata in oriente e si è imposta nello Sri Lanka con il nome di Kadupul, fiore del paradiso, diventando presto un fiore mistico, degno di essere regalato a Buddha.

Il fiore in India viene chiamato “Fior di Loto della notte” ed è il fiore di del Dio della creazione Brahma. Si crede che pregare il Dio mentre il fiore sta sbocciando avveri ogni desiderio. In Cina il suo nome significa “intenso momento di gloria” e in Giappone “meraviglia sotto la luna”.

Ovunque nel mondo però la pianta è conosciuta con il nome di “Regina della notte” e da qualche anno è anche la Regina del mio balcone. Mi è stata regalata dal protagonista di un’Amicizia intensa, profumata, struggente e breve, proprio come il fiore. E persiste in me, proprio come il fiore.

Attenzione perché con il nome comune di “Regina della notte” esistono vari fiori, ma il Kadupul è uno solo.

Ieri notte Serena, che assisteva in diretta telefonica al miracolo del suo sbocciare mi ha ricordato che il nome di questa pianta evoca “Il flauto magico” di Mozart. In questo caso, tuttavia, la Dama in questione non è una regina vendicativa che raggiunge le note più alte nel canto, ma un cactus che fiorisce una volta l’anno, quando la luce del giorno svanisce per dischiudere tutta la sua bellezza in pochi e intensi attimi di vita che la luce dell’alba trasformerà ben presto nuovamente in ricordo.

Durante la fioritura la Regina perde una grande quantità d’acqua ed ecco perché l’esplosione del suo miracolo avviene raramente e di notte. Pensate che l’evento è talmente speciale che la collezione di piante succulente di Zurigo organizza una visita straordinaria a mezzanotte, i cui biglietti vengono venduti un anno prima, senza conoscerne la data certa.

Sono giorni che seguo la mia Regina da vicino, dalla sua prima gemma rosea, ho accompagnato ogni passo del suo processo di crescita. Ieri finalmente le punte del bocciolo, serrate ermeticamente per 15 giorni hanno iniziato a spaccarsi e questo è stato il segnale: “La fioritura avverrà questa notte” mi ha sussurrato all’orecchio. E così è accaduto   Dopo il tramonto, una volta che i raggi caldi del sole si sono finalmente calmati. il momento tanto atteso è cominciato, ma senza fretta. È un processo meticoloso verso la perfezione, verso l’assoluta meraviglia della natura.

I petali di un bianco puro, sparsi proprio come quelli di una ninfea ghirlandata dalle lunghe foglie del cactus si svolgono uno dopo l’altro a un ritmo cadenzato e lento, cercando di prolungare il grande momento per aggiungere più teatralità all’arrivo della Regina, che di lì a breve regalerà la sua ultima intensa sorpresa.

A poco a poco l’aria inizia a riempirsi di un profumo unico, inebriante, avvolgente nella sua punta di amaro, calmante, quasi un’anestesia dell’anima, violenta e dolce allo stesso tempo. Ondeggiando qua e là nella brezza notturna, i petali finali si aprono poco prima di mezzanotte. Gli occhi si perdono nel labirinto di mille stami, in cui si trovano le sacche colme di polline. E un unico conturbante pistillo incarna la fertilità di quest’attimo irripetibile.

Dal tramonto alla mezzanotte, sorprendentemente l’intero processo di apertura è completato. L’aria è densamente profumata, mentre la Regina della notte ondeggia in tutta la sua gloria.

La magia, il miracolo, la poesia possono essere goduti solo per poche ore e in una sola notte. Il fiore non si può recidere senza danneggiarlo, la fragranza è inafferrabile. Non esiste merce di scambio. La Regina della Notte è la più preziosa a mondo perché non può essere comprata.

Pochi istanti dopo la mezzanotte la fioritura si affievolisce e i petali cambiano aspetto, quasi come se la pianta volesse nascondere questa bellezza agli esseri terrestri prima dell’alba. E quando il sole si sveglia, tutto ciò che rimane come prova del grande spettacolo, è un fiore sbiadito, stretto ermeticamente nel suo ricordo.

Marzia

SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE!

In tempi di Coronavirus tutti ci siamo trovati di fronti alla privazione come valore aggregante. Tutti ne abbiamo sofferto in modo individuale, molti anche in modo collettivo. Alcuni hanno fatto dell’inerzia un’opportunità di approfondimento, di se stessi e del mondo. Altri una valvola di contenimento delle proprie frustrazioni, nell’attesa di poterle far esplodere nuovamente. Ma tutti certamente, a pensarci bene, abbiamo avuto qualche cosa che ci è mancata più di altre.

Io, fin dal primo giorno, tornando dall’ultima Messa prima dell’isolamento, ho sentito come uno strappo, doloroso e ingiustificato, l’omissione dell’invito a scambiarsi un segno di pace, omissione che si è mantenuta durante tutte le celebrazioni mediatiche di questo periodo, tranne quelle in cui Papa Francesco ha, in autonomia dagli apparati liturgici, ribadito con gioia l’invito.

La mia perplessità, nonché la mia personale delusione, si è basata sulla totale sottovalutazione del valore della parola “gesto”. Qualunque mia rimostranza è facilmente obiettabile: il “gesto” ufficiale durante l’espressione rituale del dono della pace è lo stringersi della mano e quindi ovviamente bandito in tempo di pandemia. Eppure nei secoli, questo stesso gesto è passato attraverso il bacio sulle labbra, il bacio sulla spalla sinistra, il bacio sulla guancia sinistra, proprio perché gesto, mezzo di comunicazione, “movimento del braccio, della mano, del capo, con cui si esprime tacitamente un pensiero, un sentimento, un desiderio” (dal vocabolario Treccani). Ma allora perché non accarezzare le anime, forzate nelle case, lasciando loro la libertà di donarsi pace, con uno sguardo, con un sorriso, con una bene-dizione?

“Vi lascio la pace, Vi do la mia pace”. La frase di Gesù Cristo, il suo augurio, hanno il potere di creare veramente la pace, pertanto l’importanza non sta nel gesto, ma nel dono.

Da bambina, quando mano nella mano con mia madre arrivavamo in ritardo a Messa, capitava spesso che le lasciassero il posto a sedere e che quindi ci separassimo durante la liturgia. Non esisteva folla o barriera che al momento della Pace riuscisse a impedire ai nostri occhi di incontrarsi e perdersi in un meraviglioso Sorriso. Ho ancora in me tutto il calore di quei momenti: la ricerca, l’attesa, l’incontro… la pace.

Oggi, dopo l’imparziale quarantena, sono tornata al cimitero dove Mok riposa. Mi viene incontro sorridente Romeo, il custode, e mi dice: “C’è una sorpresa!”
Davanti alla nuova dimora di mamma c’è la base di un tronco di albero tagliato che spesso ho usato come sedia o come tavolino.  Stento a riconoscerlo. Romeo l’ha scolpito a forma di cuore.

Un piccolo, meraviglioso, rivoluzionario, segno di pace, all’epoca del Coronavirus.

Marzia

I MANIACI DELL’AMORE!

Ovvero… W i mercatini!

San Paolo District. Diario di una raccolta fondi. 6 dicembre 2019. Ore 20,00: Gianni parte da Ciampino con il furgoncino carico di sedie e tavoli e scarica tutto al centro espositivo (è il suo ruolo preferito). Ore 22,00: Serafima e Marzia a Fregene caricano la macchina (c’è vento e fa freddo). Ore 23,00: Cristiano in zona Balduina stira le magliette del Sorriso per i suoi figli (ci voleva l’Associazione!). Ore 23,30: Angela e Flavio in zona Tuscolana preparano gli scatoloni con le campanelle e gli angioletti auto-prodotti (hanno sonno, ma non mollano). Ore 24,00: Ferruccio e Federico mettono la sveglia per il giorno dopo alle 5,30 (ma come proprio domani che potevano dormire un po’?). Ore 00,10 anche Marzia e Serafima mettono la sveglia alle 5,30!

7 dicembre: i 4 più temerari arrivano alle 6,45 e comincia l’avventura: montiamo gli stand, colleghiamo le luci, scarichiamo gli oggetti, smontiamo gli stand, scolleghiamo le luci, spostiamo gli stand (la posizione non ci privilegiava 😅). Il freddo incalza, ma la motivazione e il divertimento crescono!

Il numero dei volontari del Sorriso aumenta, l’aria si scalda, la gente si avvicina: condivisioni, domande, dubbi, certezze, regali, offerte. Da Milano Paolo ci fa avere panini e birre per pranzo (lui conosce il segreto per frantumare le distanze🤩). A fine serata ci stacchiamo con difficoltà dallo stand e la mattina dopo, alle 8,00, di nuovo tutti in riga! Altri Sorrisi, altri panini, altra condivisione. Arrivano Laura e Fabrizio, il quale ha da poco trasmesso il suo talento di fotografo alla telecamera, e, oltre al loro costante e solido sostegno all’Associazione, ci regalano un bel video a incorniciare due giornate di vera gioia.
E la sera (fa sempre più freddo) mentre Federico e Ferruccio smontano l’allestimento, Gianni ha organizzato al teatro Brancaccino una nuova raccolta fondi e Marzia e Serafima corrono a fare squadra.

Stanchi? Certamente sì! Felici? Enormemente SI’!!!!!

MA QUANTO BENE FA, FARE DEL BENE?!!!

IL NOSTRO LOGO

Partiamo dall’assunto di tutte le agenzie di grafica:
l’efficacia di un logo dipende dalla sua capacità di esprimere l’intera anima e l’essenza dell’associazione che rappresenta“.

La prima cosa da fare è quindi elencare l’intera anima:
impegno, entusiasmo, amicizia, trasparenza, dedizione, altruismo, rispetto, paura, ascolto, amore, coraggio, dolore, speranza, baratto, correttezza, aiuto, passione, volontà, smarrimento, serietà, commozione, fratellanza, pace, fede, rinascita, determinazione, famiglia, follia, scoperta, attesa, sorpresa, allegria, caparbietà, bene.

Bene, con un po’ (moltissima!) pazienza basta metter il tutto nel nome e il Logotipo è pronto!

Questa è l’anima. E l’essenza, il pittogramma?
Il ricordo di una mamma sorridente che abbraccia una figlia che a sua volta tiene in braccio un altro bambino, poggiati sulla terra, circondati dal cielo del mondo.

E’ il messaggio che MOK ci ha lasciato in eredità. Una catena dove tutti noi siamo chiamati a restituire l’amore che ci è stato dato e in cui l’’essere “volontario”, l’essere in mezzo agli altri, vuol dire fare il possibile per mettere in pratica la difficilissima arte di trattare con rispetto il bisogno dell’altro, di percorrere la via verso l’incontro, di costruire legami di fraternità.

A me piace. E a te?

GRAZIE DAVIDE!

Davide fa parte di quei libri che non ti stanchi mai di leggere. E ha soli 26 anni.

L’ho conosciuto a dicembre 2019; è legato sentimentalmente alla figlia di mia cugina.

Dai suoi silenzi è emersa subito, chiara, la sua prima bellissima caratteristica: Davide sa ascoltare.

E non giudica. Semplicemente apre il cuore e la mente all’altro.

Poi, lentamente, emergono le sue idee, la sua storia, le sue passioni.

L’informatica. Davide è uno sviluppatore, specializzato nel programmare applicazioni, piattaforme e siti web. Ed è grazie alla sua professione che abbiamo intrapreso un bel viaggio insieme che ci ha visti approdare oggi alla creazione del sito de “Il Sorriso di Mok Italia”.

Un viaggio complesso, con molti ostacoli lungo il tragitto, che Davide ha puntualmente aggirato, mostrando nei miei riguardi una pazienza infinita, un’inesauribile attenzione a tutte le necessità e la capacità di trovare sempre soluzioni fatte di utilità e buongusto. Abbiamo spesso lavorato “remotamente” insieme e tra un codec, un plug in e un metaslider, ci siamo raccontati.

Io gli ho parlato di Mok e della sua presenza costante nella mia vita, anche ora che lei mi benedice dal cielo. Gli ho raccontato dei nostri bambini dell’orfanotrofio e del villaggio in Benin e della nostra voglia di non girarci dall’altra parte. E ho scoperto che Davide conosce bene, per averla sperimentata in prima persona, la sottile differenza che c’è tra vita e morte. Credo che Davide, dopo essere sopravvissuto a un terribile incidente, sia qui con noi per insegnarci qualcosa.

Ora che il sito è finito, so già che lui mi mancherà. E’ un dono immenso incontrare persone che con grazia, educazione e rispetto si fanno carico degli altri.

E’ una professione redditizia lo sviluppatore web; ad agosto Davide compirà 27 anni e credo che i soldi per il suo compenso gli serviranno per coltivare semi per il futuro. Ma Davide, invece, non aspetta il futuro: preferisce sentirsi, ora, seme lui stesso, coltivare la speranza di costruire un mondo diverso, più equo e sensibile.

E i lunghi mesi di lavoro diventano così un Dono, un dono speciale, affidato con semplicità e discrezione alla nostra Associazione affinché possiamo trasformarlo in Sorrisi per i nostri bambini.

Grazie di cuore Davide!